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DECASIA di Bill Morrison

Prendendo le immagini da diversi archivi statunitensi, Bill Morrison sceglie di riciclare le pellicole, risalenti al periodo tra il 1927 e il 1929, in avanzato stato di decomposizione per comporre il suo film. L'idea di Morrison è infatti quella di mostrare le immagini nell'atto morente e di costruirne una “sinfonia decadente” (1). La pellicola prende spazio nel visibile e viene mostrata nel suo stato, con le sue macchie, con le sue deformazioni. Decasia mette così in scena un affascinante dialogo tra il contenuto, cioè le immagini, e il suo supporto, rintracciabile nelle sue logorazioni, in un balletto che alterna il fotorealismo e la “fotodecomposizione”. Morrison mostra la materialità e la fisicità effimera della pellicola, che nello stesso momento in cui custodisce e contiene l'immagine si fa carnefice e consuma figurativemente il suo contenuto. L'immagine si mostra morente e palesa il suo “male”, danza con la sua morte che piano piano le ruba il posto nel mostrarsi. Morrison celebra l'agonia dell'immagine con un atteggiamento nostalgico e melanconico, e si abbandona alla fascinazione della morte dell'immagine.

In Decasia lo sguardo non si fonde col paesaggio filmico, perché il paesaggio filmico consiste nell'immagine e nel suo supporto. Il supporto assume quindi un ruolo nella produzione di senso e si fa fonte di valori semiologici. Il senso è quindi compreso nel supporto, che si fa immagine ed è partecipe del movimento. Non viene prima la materia dell'immagine, né viceversa. Vengono insieme. Il supporto ha da sempre avuto la doppia funzione di contenere e mostrare le informazioni. Così è per la parola scritta, contenuta e mostrata nel foglio, così per il quadro. Il cinema ha annullato questa coincidenza separando le due funzioni. Alla pellicola è spettato il ruolo di contenere le immagini, allo schermo di mostrarle. In Decasia si propone un nuovo tipo di congiunzione delle due funzioni. Il film, “contenuto” comunque in un supporto, “mostra” sullo schermo il supporto nelle funzioni di contenere e mostrare.

Il godimento nella visione-esperienza si instaura, più che nella frammentazione del discorso, nella decomposizione della materia. Le immagini a volte non vengono neanche percepite. Lo spettatore viene proiettato in una dimensione estatica. Lo schermo viene riempito dalle bruciature e dalle forme che esse creano. Nel “territorio” di Decasia circolano figure e forme. Le bruciature infatti “entrano in scena” compresenti con il contenuto, e si assiste così ad un gioco, a volte ironico, sul piano figurativo, in cui le bruciature intervengono in scena e sembrano dettare l'azione.
A volte le decomposizioni della pellicola sono le sole protagoniste, e il riconoscimento delle figure risulta impossibile. Si lascia spazio al godimento dei giochi di colori e di forme che si vengono a creare. Decasia sperimenta i diversi gradi del livello figurativo; l'immagine si fa astratta lasciando spazio alle decomposizioni delle immagini poi torna figurativa e iconica. Si assiste così ad un film a metà strada tra l'astratto ed il rappresentativo, ad un testo che è sia plastico che figurativo (2).

L'immagine proiettata porta su di sé i segni del tempo. Le deformazioni della pellicola si fanno sintomo della potenza del divenire e figura del tempo. L'immagine e le sue logorazioni sono la memoria e l'oblio che coesistono nel presente. Come nell'uso della profondità di campo lo sfondo comunica con il primo piano, il lontano con il vicino, in Decasia le bruciature comunicano con il figurativo, in un rapporto tra presente e passato. Questo rapporto potrebbe essere riconducibile ad un'immagine-tempo diretta.
“Il presente non succede al passato, vi coesiste: coalescenza e indiscernibilità fra presente e passato, percezione e ricordo, attuale e virtuale. Presente e passato coesistono secondo la forma della reciprocità che fa si che il primo perde la sua puntualità e il secondo la sua databilità. [...] La sintesi del tempo passa attraverso la sua resa simultanea, attraverso l'avvolgimento della diacronia nella sincronia, della cronologia nella topologia.”(3)

Il film inizia con le immagini di un derviscio danzante in estasi, il cui movimento circolare si lega metaforicamente allo scorrere della pellicola. Si stabilisce così un parallelismo tra la storia delle immagini e quella dell'uomo e dell'immaginario audiovisivo. Decasia attraverso il suo linguaggio frammentato, ci parla anche di un'umanità in stato decadente, che non è più capace di raccontarsi e che riesce solo a mostrare i segni (malati) della propria pelle e del proprio corpo. È l'immaginario che si sta distruggendo, che brucia, che si va perdendo. La rappresentazione dell'uomo è in fiamme. È una sfida contro dei mulini a vento che bruciano. L'uomo è come il pugile che saltella sul ring e affronta le bruciature della pellicola. La persistenza della memoria e l'oblio si affrontano e si scontrano in un ballo “decadente”.

(1) Intervista a Bill Morrison in www.cinetecadelfriuli.org
(2) A. J. Greimas,
Semiotica figurativa e semiotica plastica, in Fabbri-Marrone, (a cura di), Semiotica in nuce II, Meltemi, Roma, 2001
(3) R. De Gaetano,
Passaggi, Bulzoni, Roma, 1996

http://www.plexifilm.com/images/media/decasia.still3.jpg

1 commento:

ludo ha detto...

Fantastico sudiovisivo... e bella critica!! ^_^