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Immagini amatoriali e trasmissione storica

Le immagini amatoriali possono a tutti gli effetti considerarsi documenti storiografici? Come si possono utilizzare? E cosa forniscono? Il sostrato che pone tali problematiche è quello di un panorama scientifico e culturale in mutazione. Sin dall'inizio la cultura occidentale, pervasa da una diffidenza iconoclasta endemica, ha scisso e tenuto disgiunti i segni figurati dalle sintassi astratte, ed ha portato ad escludere l'immagine e le rappresentazioni dal campo scientifico. L'era contemporanea ci sta invece abituando ad una introduzione e ad una integrazione (o meglio, ad una reintroduzione e ad una reintegrazione) dell'immagine nel campo scientifico, militare, informativo. Le immagini della Terra dal satellite, da Marte, le immagini dell'atomo, i sistemi di monitoraggio e di azione a distanza usati nelle operazioni militari, gli interventi chirurgici, la videosorveglianza...
La diffidenza iconoclasta della cultura occidentale ha preso piede, come Gilbert Durand fa notare, perché l’immagine e le rappresentazioni in generale producono dei significati fuori dal bivio degli opposti, mettendo in crisi l'apparato dialettico. All’immagine pertiene un “politeismo di valori” che fa detonare l’ideologia affermata nei secoli dell’aut-aut. La singola immagine oltre a non decretare un vero e un falso riammette una logica naturale di “terze” possibilità.
Sandro Bernardi, nel suo intervento alla tavola rotonda sull'uso delle immagini amatoriali come strumento storiografico (Firenze 19-11-2007), ricorda giustamente l'ambiguità dell'immagine, che può considerarsi “uno strumento utile e pericoloso” allo stesso tempo. Le immagini, che, secondo la tassonomia dei dati storici effettuata da Le Goff, rientrano nella categoria di fonti, mettono in crisi la storiografia positivista perché non documentano niente, non danno riferimenti spazio-temporali e sono povere di significato. Sono però ricche di senso. E il senso, secondo l'ottica deleuziana, va considerato come un evento. L'immagine può infatti solo darci l'evento, vero o falso che sia. Le immagini-evento, definizione cara a Baudrillard, hanno un carattere strettamente evenemenziale. D'altronde il Novecento ha indotto a smettere di credere nel progresso, nelle strutture durevoli e nei processi storico-sociali. La Storia ha lasciato spazio a piccole linee personali, come Anthony Harvey mostra nel suo film Il leone d'inverno.
La ricerca storiografica fa sì, ad esempio, che si possa risalire ad un evento del 1200 consultando gli atti di vendita della Chiesa. Accade oggi che per intravedere delle incrostazioni di realtà si possano consultare le immagini amatoriali dei cineamatori. Così è accaduto con il famoso 8mm del sarto di Dallas Abraham Zapruder – venduto dalla famiglia al National Archives di Washington per 16 milioni di dollari – che documenta l'assassinio di John F. Kennedy. L'11 Settembre 2001 si configura come un’“esplosione” di immagini amatoriali. Dal 1963 al 2001, le immagini-evento hanno di fatto assunto lo statuto di documenti “storiografici”, utilizzati nelle indagini giudiziarie. Sembra esservi però una differente modalità di interpretazione nei due esempi, frutto di due periodi differenti. L'esegesi del filmato di Zapruder sembrerebbe configurarsi in senso di penetrazione e, di conseguenza, nel senso della profondità; d’altro canto, l'interpretazione dei filmati del 9/11 si svilupperebbe in modo orizzontale e distensivo, come cartografando i movimenti. Per l'assassinio di Kennedy la ricerca è “nella” immagine, come accade in Blow up, mentre per il 9/11 è “tra” le immagini, come in Minority report. La maggiore disponibilità di immagini amatoriali ha favorito certamente un cambiamento di prospettiva di indagine, un diverso metodo di lettura: non più l'essenza delle cose che si può ri-trovare “nelle” immagini, ma la relazione nella messa in montaggio di diverse superfici.
Ora la sovrabbondanza di immagini amatoriali, da cui la storiografia (e non solo) può attingere, spinge a chiedersi se l'uomo contemporaneo vive e percorre il mondo con un occhio inchiodato alla telecamera, tralasciando l'esperienza diretta. L'esplosione di immagini, ad ogni modo, lascia intravedere un bisogno forte di realtà, di testimoniare personalmente, contro il regime di “finzionalizzazione” per cui niente è vero e tutto è virtuale. Immagini su immagini. La più grande atrocità del nostro tempo, infatti, è il non poter vedere: si pensi all'impossibilità di vedere i recenti fatti della Birmania, o allo schermo blu di Derek Jarman, o al corto sul 9/11 di Alejandro Gonzalez Inarritu. Il digitale, inoltre, ha contribuito a spostare l'orizzonte verso l'estensione: la pellicola decretava un senso di limite materiale, anche economico, mentre il digitale tende a vanificare qualsiasi tipo di limite. Energia solare per le batterie si può trovare anche nel deserto. Viene meno il senso di fine, per cui tutto si dilata a perdita d'occhio. Tutto dura in un apparente eternità presente, scossa o dall'impossibilità di visione o dall'evento morte. La morte – cui l'uomo contemporaneo non sembra essere più abituato – è l'unico evento, reale, che decreta un limite ed una fine. Così l'immagine-evento-morte è l'evento per eccellenza, il solo forse che può dar senso a posteriori alle immagini-evento precedenti, come accade per Grizzly man.

http://www.vidiars.com/jfkwatergate/zapruder260.jpg

1 commento:

Anonimo ha detto...

necessita di verificare:)