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I RACCONTI DEL CUSCINO di Peter Greenaway (recensione)

Peter Greenaway si è sempre distinto per la sua sperimentazione visuale. Il suo raccontare attraverso modalità di immagini convenienti al narrato, o meglio al senso che muove la narrazione, è sempre stato attento e pertinente. Non c’è primato tra modalità di narrazione e narrato. Forse bisognerebbe dire che il senso muove l'autore a raccontare e che il racconto coincide con il linguaggio in modi fascinosi. Non propone mai una “scrittura gutenberghiana” dei suoi racconti, come spesso accade al cinema. Il suo modo è quasi da amanuense, è lui in persona ad imprimere il racconto secondo le forme convenienti, attraverso le sue qualità, la sua sensibilità e la sua estetica. E ciò accade anche ne I racconti del cuscino. Il film narra la storia di Nagiko, calligrafa iniziata al piacere della scrittura e alla sessualità della scrittura dal padre. Saper scrivere è una cosa molto particolare che richiede amore e sessualità. Non basta inventare un racconto. Si deve essere più di semplici “scribacchini”. La creazione, dell’uomo e dell’arte, non è un atto metafisico, ma puramente materiale e sessuale. Nagiko da bambina scopre il sex-appeal di farsi carta, di offrire il suo corpo come argilla alla scrittura. Il suo è un desiderio di divenire cosa inerte e senziente, sconnessa dai bisogni materiali, per provare e sentire come la carta. Nagiko sperimenta la materialità delle cose e il sentire come cosa. A sua volta, divenuta adulta, sperimenterà l’essere e il farsi pennello per scrivere i tredici racconti del cuscino su corpi di uomini. Nel suo “Sex appeal dell’inorganico” Mario Perniola fa notare come l’individuo scopre attraverso il sentire della cosa una sessualità inorganica, neutra ed impersonale. L’essere umano, privato dell’esperienza del sentire in prima persona, si scopre uomo-cosa. Le cose si riflettono sulla persona-cosa. È una sensibilità estranea e esterna. Le cose, gli ideogrammi, le lettere si riflettono si stratificano sull’uomo, che non sente e non patisce come essere umano, semidivino o semianimale, ma sente ed esperisce come cosa, come carta, come penna.
I racconti del cuscino “si narra” attraverso un’esplosione di immagini che si sovrappongono e si stratificano sulla superficie dello schermo come gli ideogrammi di Nagiko. Si passa dal colore a viraggi in blu e in B/N. Il formato delle singole immagini cambia continuamente, quasi come lo schermo variabile di Abel Gance. Avvengono immagini che mostrano situazioni parallele, distanti, particolari, differenti, concomitanti. Anche quando le immagini sembrano essere didascaliche e doppiare il senso della parola ci vogliono dire altro. Le immagini non illustrano le parole, né le immagini richiedono parole che le commentino. Semplicemente con-vivono.
I racconti del cuscino si offre come un ipertesto, pieno di finestre aperte. Le immagini si stratificano come più applicazioni aperte nello stesso sistema operativo. La navigazione dello spettatore-utente è fondamentale. Bisogna diventare immagine tra le immagini per attraversare il labirinto per non rimanervi ibernati, come aveva ben visto Shining. Lo spostamento del cinema contemporaneo sul sentire, non dà primato alla narrazione, struttura progressiva di situazioni, che conduce alla catarsi-orgasmo risolutivo: cose accadono, immagini-cose si stratificano, ideogrammi-cose si disegnano, uomini-cose sentono, stati emozionali inorganici si susseguono.

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