Translate

I SIMPSON - IL FILM (recensione)

L'operazione di “transito”, che fa circolare una serie televisiva in un lungometraggio cinematografico, sembra ormai essere una pratica molto contemplata e che appartiene a tutti gli effetti al contemporaneo e al postmoderno. Si parla di ricatto d'autore, di riproposizione di un brand collaudato ed affermato, di fidelizzazione, di nostalgia, di riciclo, di mancanza di novità e non ultimo, di operazione commerciale sicura. In questo caso il percorso narrativo, l'approccio stilistico e l'impatto emotivo-sensoriale, più che altrove, ricalcano il modello ed il canovaccio del “già collaudato”.
Bisogna constatare in primis che I Simpson – il film è rivolto ad un pubblico già “iniziato” al cartoon e che è avvezzo a riguardarsi i Simpson su qualsiasi supporto ed in quantità spropositate di repliche. Non che “l'operazione lungometraggio” non abbia voluto estendere il target oltre i margini del garantito pubblico, ma la storia del film e le pratiche di attuazione ricalcano ciò che si è già messo in opera con le serie televisive.
Il film sembra proporsi come la “festa” dei Simpson, (il 2007 è il ventennale della prima puntata messa in onda negli States), e a tutti gli effetti si può parlare del “rituale Simpson” che trova una forma più grande e nuova, forse più “alta”, e si ripropone nella sua efficacia.
I personaggi da venti anni sono gli stessi ed il loro tempo biologico non avanza. Nello schema narrativo, rimasto uguale nelle serie e nella proposizione cinematografica, si sono impiantate tematiche contemporanee, che hanno attinto e citato il presente degli anni. La percezione dello scorrere del tempo è affidata allo spettatore e non ai personaggi, che, come maschere rimangono saldi ai loro tratti, caratterizzati dagli stessi vizi e dalle stesse virtù. L'irriverenza di Bart e il suo rapporto conflittuale col padre, la negligenza medioborghese di Homer e le sue “homerate”, la rettitudine di Marge con il suo amore e dedizione di donna di una volta nei confronti della famiglia, il libero pensiero ed espressione di Lisa e la sua morale newage, Maggie e la sua impassibilità, specchio delle generazioni future che guarderanno, sapranno tutto e non saranno capaci a parlare.
Il lavoro sembra configurarsi come un punto zero e allo stesso tempo come una ricapitolazione di tutto ciò che è stato. L'assenza di una dinamica temporale comporta un sempre presente o un eterno in cui non c'è futuro né passato. Il meccanismo di totalità fuori dal tempo è proprio della mitologia. È tipico in generale delle serie avere questo meccanismo, soprattutto nelle trasposizioni cinematografiche di series. Si aggiunga che i Simpson sono l'unico vero collante simbolico di generazioni che non hanno ancora fagocitato i propri simboli culturali e le proprie mitologie e che non riescono ad identificarsi perché non hanno ancora una propria identità a causa di questa deficienza di scambi simbolici.

A differenza di molte serie che sbarcano sul grande schermo in I Simpson – il film ci sono delle particolari procedure e degli interessanti sviluppi. Dobbiamo considerare innanzitutto che operazioni simili di “series into a widescreen movie” tendono ad acquisire stilemi e modalità di narrazione prettamente cinematografici, abbandonando un po la propria essenza seriale televisiva per confrontarsi con quello che si presuppone un linguaggio differente. La serialità in generale ha una “grammatica” o meglio delle convenzioni stilistiche e di fruizione ben delineate, dettate dal luogo di consumo, dal mezzo e dal tempo a disposizione: una narrazione aperta, l'estensione, un sistema di attese e riprese, la ripetizione di strutture narrative, di stilemi e di figure, la reiterazione della visione, la fidelizzazione giornaliera, settimanale o mensile. Tutto questo è possibile rintracciarlo nel cartoon di Brooks e Groening. Il film stesso riprende tutto il modus seriale comprese le interruzioni narrative all'interno e i rimandi. Si consideri la fine del film con la prima (ma non prima) parola pronunciata dalla piccola Maggie, attesa da anni, che rimanda ad un secondo o a secondi film, ed anticipa l'operazione “I Simpson – I film”.

Un altro recente ed interessante esempio di film che deriva da una serialità televisiva famosa, è Vita da strega, in cui la narrazione stessa si fa capo degli interrogativi sul proprio statuto, si pone cioè come storia problematica sul problematico rapporto che un film ha con il suo modello seriale televisivo da cui nasce. Spesso film di “series into a widescreen movie” tendono ad abbandonare elementi e modalità seriali e televisive, conservando però ii caratteri, per accogliere stilemi prettamente cinematografici. Vita da strega è alla ricerca di un proprio statuto cinematografico che lo contraddistingua dal modello madre da cui nasce ineluttabilmente. Un'operazione epistemologica tutta contemporanea, nostalgica ed ironica, in cui ci si interroga sui propri limiti, sul proprio linguaggio, sulla propria essenza. E così Nicole Kidman non vuole più essere strega, ma vuole farsi altro, vuole essere una strega che fa finta di non esserlo e che si ritrova a recitare il suo reale statuto di strega. In questo intreccio di essere, non voler essere e non poter non essere si può intravedere l'operazione della serie televisiva che non vuole essere più serie ma cinema e che si trova a non poter non essere serie o strega. Il film si risolve in un felice incanto davanti alla casa dei sogni della strega-Kidman-serietelevisiva, in una notte romantica che fa sognare, all'interno di un set televisivo che a sua volta fa parte del set cinematografico del film in atto.

La trasposizione in film dei Simpson non opera esplicitamente una riflessione come in Vita da strega sullo statuto della serie in cinema, anche se molte sono le domande che si pongono i creatori, il pubblico e gli stessi personaggi. Il film dei Simpson si interroga sul proprio essere, non facendone però l'unico motore narrativo, e allo stesso tempo sembra proporci un percorso di transito e di scambio circolare come probabile risposta agli interrogativi.
La storia si basa sull'ennesima catastrofe che si sta abbattendo sulla città di Springfield a causa della cattiva condotta della cittadinanza in generale e di Homer in particolare. Il disastro ambientale della città comporta prima l'esclusione della città dal resto del mondo attraverso una cupola, e poi l'annientamento totale del nucleo abitativo. La città appare estensivamente come il macrocosmo dei Simpson ed è quindi il simbolo stesso del cartoon. Homer, decretando la fine di Springfield e rifiutandosi di salvarla, ormai al riparo in Alaska, manifesta la sua endemica negligenza e al contempo si rifiuta di salvare il cartoon. Non potrebbero esistere i Simpson come personaggi scontornati senza il paesaggio springfieldiano.
Inoltre il movimento compiuto dalla famiglia Simpson scappando e ritornando in città è emblematico. Si passa dal microcosmo “casa Simpson” al macrocosmo Springfield, al macrocosmo “U.S.A.”, al macrocosmo “mondo”, per ritornare al microcosmo “Springfield” e al microcosmo “casa Simpson”. C'è un movimento circolare ripetitivo spinto da una forza centrifuga e centripeta. Si crea una relazione Casa-Città-States-OutStates-States-Città-Casa, che comporta una spazialità ad imbuto e non lineare che permette movimento ma inevitabilmente conduce dallo stesso allo stesso. È il movimento a cerchi concentrici a cui si fa riferimento nella sigla del film che porta dal divano di casa al mondo alle galassie allo spazio infinito agli atomi alle cellule di Homer seduto in casa Simpson. È in questi movimenti che si scorge il transito dallo stesso allo stesso, che conduce i Simpson di serie in serie, dal piccolo al grande schermo, dalle ripetizioni in TV alle ripetizioni al cinema, da puntata a puntata, da film a film, dalla poltrona di casa alla poltrona della sala.

Molto rimane della serie al cinema. La storia di per sé può essere quella di una puntata estesa per la durata di un'ora e mezza. Non si abbandona lo statuto serie e il plot di una singola puntata, lo si estende. Inoltre bisogna considerare nel testo i rimandi, impliciti e non, alle pratiche cinematografiche. Ma se nelle puntate delle serie vi è un citazionismo intriso di ironia, che riprende pratiche cinematografiche, di film, divi e personaggi, nel film ciò rimane ma è ampliato attraverso un citazionismo verso la serialità televisiva e verso se stesso. Il film cita la serie dei Simpson e ancor più cita gli stilemi, le pratiche, le attese, le ripetizioni, i pleonasmi, le reiterazioni della serialità in genere. Il film coniuga una modalità tra il cinematografico ed il televisivo che ha come sostrato linguistico il seriale. Riprende spunti della serie e rimanda all'immaginario complessivo televisivo e si propone come serie di film. L'ironia, alla base della formula, vede luce attraverso l'ibridazione degli stilemi linguistici televisivi e cinematografici sia nella sua produzione televisiva che nella sua recente produzione per le sale cinematografiche. Imita modi e strutture del cinema, della televisione, del seriale e di se stesso. La famiglia Simpson vede il proprio film al cinema, anche se Homer non vuole e Bart vorrebbe scaricarselo illegalmente.
Ripetitivo, ridondante e tautologico è dire: i Simpson sono i Simpson. Però è così.

1 commento: